Brescia cantiere globale delle nocività

P.C.B. e Caffaro

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Aspetti giudiziari e indagini epidemiologiche

tratto da: "La chimera delle bonifiche", Legambiente,Roma, 10 maggio 2005

E' in corso un'indagine della magistratura, in sede penale, avviata da un esposto presentato nel giugno 2001 dai medici del lavoro Celestino Panizza e Paolo Ricci e da Marino Ruzzenenti. L'indagine è in fase istruttoria e riguarda due filoni, uno sui possibili danni alla salute subiti dai lavoratori, l'altro per gli effetti dell'inquinamento sulla popolazione. La perizia è stata affidata al prof. Vineis dell'Università di Torino.

La Caffaro è ricorsa al Tar contro un'ordinanza del comune di Brescia che imponeva la caratterizzazione e la pulizia delle rogge nelle quali vengono scaricati i reflui produttivi. L'ordinanza è stata emessa in seguito alle indagini Arpa e Asl che avevano dimostrato che era proprio attraverso le rogge, utilizzate per l'irrigazione, che i Pcb erano entrati nella catena alimentare dell'uomo e degli animali domestici (nella zona esistono alcune cascine con allevamenti zootecnici di una certa importanza). Il giudizio è stato favorevole al Comune, che ha quindi concordato con Caffaro le modalità della bonifica, che dovrebbe riguardare più di quaranta Km di percorsi d'acqua.

Anche la cittadinanza si sta organizzando per intentare causa civile per danni, sia tramite l'associazione agricoltori che attraverso il Comitato popolare contro l'inquinamento zona Caffaro, costituitosi nel 2001 con il supporto di Legambiente e di Medicina democratica. I danni subiti dalla popolazione sono riferiti alla perdita totale del bestiame e di tutti i prodotti agricoli di una zona di centoventi ettari a sud della Caffaro. Gli animali sono infatti stati abbattuti, il latte ritirato dal commercio, il foraggio e gli altri prodotti della terra accumulati per la distruzione.

Il terreno agricolo è stato dichiarato inutilizzabile ai fini produttivi. Esiste poi il problema dei danni alla salute dei cittadini abitanti attorno all'azienda, nel cui sangue sono stati riscontrati livelli di Pcb quattro volte superiori a quelli del resto della popolazione di Brescia. A cura del Comitato, è stato distribuito un questionario per la raccolta delle adesioni e il rilevamento dei danni. Allo stato attuale la denuncia deve ancora essere depositata. Merita infine un cenno particolare la questione dei danni ambientali, cioè della possibilità delle Pubbliche amministrazioni di costituirsi parte civile. Finora,

nessuna amministrazione ha voluto compiere questo atto, neppure il Comune, che ha subito anche importanti danni patrimoniali, dal momento che ha dovuto interdire l'uso di un campo sportivo di sua proprietà e chiudere un parco pubblico.

Legambiente Lombardia ha l'intenzione di costituirsi in via sostitutiva, anche per evitare che l'azienda sfugga alle sue responsabilità attraverso le manovre finanziarie che sta mettendo in atto.

Vale la pena ricordare in merito la storia economica dell'azienda.

Dapprima appartenuta a gruppi industriali milanesi la Caffaro entra negli anni '70 nell'orbita di Mediobanca e nel 1984 viene incorporata da Snia, ai tempi controllata da Fiat. Verso la fine degli anni ‘90 entra a far parte della “liquidazione” di Romiti, che la cede a Hopa, la società, con sede a Brescia, già protagonista con Colaninno dell'affare Telecom, e presieduta da Emilio Gnutti.

Il gruppo Snia possiede la Caffaro, che ha anche un secondo stabilimento a Torviscosa, in provincia di Udine, la Snia, che produceva fibre sintetiche, e la Sorin, società del settore biomedicale che al contrario delle altre due è in piena espansione produttiva e detiene importanti fette del mercato nazionale. Nel 2004 viene operata una scissione societaria: il gruppo chimico con Caffaro e Snia da

una parte, Sorin dall'altra. Viste le difficoltà economiche e produttive delle due aziende chimiche del gruppo si corre il rischio di andare incontro a un potenziale fallimento della società, che renderebbe impossibile il pagamento degli oneri di bonifica.

Da segnalare che la Consob, su iniziativa del legale del Comitato di cittadini, ha obbligato la Snia a rendere pubblico il contenzioso amministrativo in atto con il Comune di Brescia, nel prospetto presentato prima della scissione.

La recente evoluzione della vicenda, nel 2005, sta confermando le più nere previsioni: è stato presentato da Snia un piano di ristrutturazione che prevede la dismissione dell'impianto di Colleferro (Rm) e l'ulteriore ridimensionamento sia di quel poco che rimane attivo a Brescia, sia di Torviscosa (Ud), nel quadro di una situazione debitoria molto grave e con la conseguente ulteriore riduzione occupazionale.

Si è aperto recentemente un contenzioso fra 15 cittadini “inquinati” (sono quasi tutti abitanti della zona con livelli di Pcb alti), alcuni contadini (che hanno dovuto distruggere il raccolto e abbattere il bestiame) e la Caffaro. La causa è attivamente appoggiata da Legambiente e dal comitato contro l'inquinamento locale.

Le indagini sanitarie sono tuttora in corso, in parte condotte su ordine della magistratura e in parte programmate e messe in cantiere da un Comitato scientifico nominato dalla Regione Lombardia. Di questo Comitato fanno parte le Università di Milano e Brescia, l'Istituto superiore di sanità, l'Asl e l'Arpa. Molti membri del Comitato hanno collaborato con il prof. Vineis nell'inchiesta giudiziaria e quindi le due indagini in parte si sovrappongono e non saranno perciò relazionate separatamente.

L'Università di Brescia ha condotto uno studio di mortalità per le patologie tumorali nei lavoratori Caffaro. Purtroppo lo studio comprende soltanto i lavoratori presenti in azienda dal 1974 in poi, perché la Caffaro ha sostenuto di aver perso i libri matricola anteriori a quella data.

Stranamente proprio nel 1974 l'Inps ha messo a punto il sistema computerizzato per la registrazione delle professioni (ARPA), quindi anche senza l'aiuto aziendale sarebbe stato possibile risalire all'elenco dei lavoratori. Se si tiene conto che la produzione dei Pcb a Brescia è cessata nel 1984, la perdita dei dati sui lavoratori esposti prima del ‘74 costituisce un forte limite all'indagine, che

sottostima il rischio complessivo e soprattutto quello delle produzioni dismesse, come i Pcb.

Le conclusioni sono state le seguenti. Esiste un effetto lavoratore sano; cioè, come tutti gli operai, anche quelli della Caffaro muoiono meno della popolazione generale. Questo vale per le malattie di cuore, ma non per i tumori, per i quali la mortalità è più elevata, con differenze statisticamente significative per tutti i tumori e per quelli del fegato in particolare. La mortalità per tumore è proporzionale alla durata del lavoro in fabbrica, e cioè aumenta parallelamente all'anzianità lavorativa. Questo trend positivo vale per tutti i tumori e in particolare per quelli del fegato, del tessuto emolinfopoietico e del polmone. Gli effetti sopra descritti non sono visibili nel gruppo di operai che ha lavorato direttamente sui Pcb. E' risultato in conclusione evidente l'effetto cancerogeno delle lavorazioni Caffaro, anche se, soprattutto a causa dei limiti dello studio, tale

evidenza non è presente per esposizioni a Pcb.

Sempre l'università di Brescia, con l'ausilio della Asl, ha condotto uno studio caso-controllo sulla popolazione di Brescia. Lo studio è georeferenziato, cioè tiene conto della residenza, più o meno distante dalla Caffaro, e non è ancora disponibile, ma alcune delle sue conclusioni sono state rese note nel corso di un convegno. Il dato più impressionante riguarda la frequenza dei linfomi *non Hodgkin fra le donne del quartiere adiacente alla Caffaro: esso è otto volte il normale, e la differenza è statisticamente significativa. Purtroppo, non è stato ancora eseguito analogo studio per i tumori del fegato e del polmone.

L'Asl ha compiuto anche accertamenti sanitari di varia natura sulla popolazione residente attorno alla Caffaro. Va ricordato lo studio sui livelli di Pcb nel sangue di 114 abitanti della zona, messo a confronto con i livelli riscontrati su 140 persone abitanti lontano dalla Caffaro. I livelli medi del Pcb sono pari a 44,28 ng/ml nel primo caso e 18,78 nel secondo. E' da ricordare che la società italiana

dei valori di riferimento stima il livello di Pcb nella popolazione italiana attorno a 1-7 ng/l. E' evidente perciò una contaminazione generale della popolazione di Brescia, oltre a quella, più importante, degli esposti all'inquinamento della Caffaro nei pressi dello stabilimento.

 

Oltre Brescia

Liberamente tratto da http://www.zadig.it/speciali/caffaro/new-1.htm

Un caso strettamente analogo si è verificato in una cittadina degli Stati Uniti. Ad Anniston in Alabama nel 2002 si è trovata nel mirino la consorella maggiore della Caffaro, la Monsanto, concessionaria del brevetto venduto all'azienda bresciana. Questa cittadina per densità di popolazione , assetto idrogeologico e struttura economica rispecchia in modo sorprendente la situazione del sito bresciano contaminato.

*Il linfoma non Hodgkin è una patologia in cui cellule tumorali sono presenti nel sistema linfatico.

Lungo la rete dei vasi si trovano gruppi di piccoli organi a forma di fagiolo detti linfonodi . Gruppi di linfonodi si trovano nelle ascelle, nel bacino, nel collo e nell'addome. I linfonodi creano e forniscono le cellule che combattono contro le infezioni. Anche la milza (un organo che si trova nell'addome e che produce linfociti e filtra le vecchie cellule dal sangue), il timo (un piccolo organo situato al di sotto dello sterno) e le tonsille (un organo che si trova nella gola) fanno parte del sistema linfatico.

(liberamente tratto da http://www.ao.pr.it/oncocomm/non%20hodgkin%20itax.doc)

continua