Materialeautoprodotto
Collegamenti esterni
Rassegna stampa
Caso PCB: ecco come ti distruggo l'ambiente
La storia dei PCB (policlorobifenili) è in questo senso emblematica, una sorta di anticipazione di problemi che in questo avvio di millennio sono destinati a presentare il conto all'umanità intera. Per narrarla dobbiamo compiere qualche passo indietro, scoprendo che da tempo gli attori principali dell'attuale globalizzazione stavano operando per preparare gli esiti controversi di cui oggi si discute. Dobbiamo occuparci di un ramo dell'innovazione tecnico-scientifica che ha segnato più in profondità il secolo scorso, la chimica.
La chimica, quindi, innanzitutto concorse a creare quella tecnosfera che si è sovrapposta, sempre più ingombrante, alla biosfera e che rappresenta oggi il "mondo artificiale" del Mercato globale.
Diverse furono le tappe del processo di artificializzazione della realtà. La più nota, nel secondo dopoguerra la polimerizzazione di alcuni derivati della distillazione del petrolio che permise la “creazione” di nuovi “miracolosi” materiali: le plastiche e le fibre sintetiche. Ma già da decenni era in corso un'altra rivoluzione nel campo della chimica applicata, meno spettacolare, ma non meno importante.
In alcuni processi produttivi, ad esempio nell'elettrolisi del sale avviata dall'inizio del secolo scorso per produrre la soda caustica, risultava come sostanza residua di scarto il gas cloro. Un elemento strano il cloro: finché in natura stava legato ad un atomo di sodio (NaCl, il sale da cucina per l'appunto) come era avvenuto per milioni di anni, rappresentava non solo una materia sostanzialmente innocua, ma addirittura preziosissima, come impararono ben presto a scoprire
le più antiche civiltà, che se lo contendevano come conservante efficace dei cibi altrimenti deperibili.
Ma appena il chimico seppe forzare la natura e liberarlo da quell'abbraccio amichevole con il sodio, ecco che si sprigionò il cloro gas (Cl 2 ), dal colore giallo-verdastro, dall'odore acre e fortemente irritante, anzi in certe dosi soffocante fino alla morte. Si scoprì allora che il cloro aveva una straordinaria propensione a legarsi con altri elementi, inorganici (come il calcio o il rame), ma soprattutto organici (come diversi idrocarburi, il metano, il benzene e così via).
Questa seconda famiglia di prodotti apparve ben presto straordinariamente promettente: erano sostanze del tutto nuove, non esistenti in natura, che il lungo processo evolutivo della biosfera in miliardi di anni non aveva saputo elaborare e che ora la Tecnica umana riusciva finalmente a “creare” nei suoi laboratori prima, nell'industria chimica poi. Erano prodotti davvero magici, capaci di risolvere problemi difficili, che avevano assillato a lungo l'umanità.
Prendiamo l'idrocarburo base più semplice, il metano (CH 4 ): con un semplice processo di clorurazione si possono sostituire tre atomi di idrogeno con altrettanti di cloro e ottenere il triclorometano (CHCl 3 ), più noto con il nome di cloroformio, un gas molto particolare che permette di narcotizzare momentaneamente chi deve essere sottoposto ad un intervento chirurgico. Come nel caso del cloroformio, anche i PCB (derivati in via indiretta dalla clorurazione di due molecole di benzene, tra loro legate, dette anche difenile o bifenile), quando apparvero sintetizzati nei laboratori, manifestarono particolari capacità: erano molto stabili, ininfiammabili, non conduttori dell'elettricità, insomma oli dielettrici perfetti per i grandi trasformatori in grado di scongiurare da allora in poi quegli incendi ricorrenti che ostacolavano l'efficienza dell'industria elettrica; non solo, manifestavano un forte potere adesivo per colle, vernici, pesticidi, inoltre si prestavano come additivi negli oli lubrificanti, come liquidi per scambiatori di calore, etc..
Insomma era netta la sensazione di aver creato una sostanza capace di risolvere numerosi problemi per l'uomo proteso verso lo sviluppo industriale, come di lì a poco sembrò, per la crescita dell'agricoltura, con la sintesi di un insetticida destinato a diventare famosissimo: il DDT (diclor, difenil, tricloroetano, formato anche in questo caso dalla clorurazione del difenile, come per i PCB, legato però a una molecola di etano, CH 3 -CH 3 , a sua volta clorurata da tre atomi di cloro) in questo caso si era convinti di aver scoperto l'arma vincente per liberare l'agricoltura dagli insetti dannosi e addirittura l'uomo dalla micidiale malaria, mettendo fuorigioco per sempre zanzare portatrici del morbo.
Con gli anni, qualcuno cominciò ad accorgersi che questi miracolosi cloroderivati organici presentavano anche un rovescio della medaglia non proprio gradevole: il cloroformio, mentre anestetizzava il dolore, depositava nell'organismo un lascito di tossicità piuttosto pesante, anzi si scoprì che poteva dare origine addirittura a forme tumorali.
La biologa americana Rachel Carson, in un documentato saggio, Silent Spring, pubblicato nel 1962 sui pesticidi cloroderivati organici, denunciava con dovizia di argomentazioni i danni alla salute umana provocati dagli insetticidi di questa famiglia (tutti dei potenti aggressivi nei confronti del fegato e ad azione cancerogena); inoltre il testo si soffermava sugli effetti boomerang del massiccio impiego del DDT e di altri similari composti organici del cloro, che selezionavano organismi ad essi sempre più resistenti, oltre ad eliminare indiscriminatamente anche i loro antagonisti biologici.
Vedremo che per gli stessi PCB, accadrà. Anche se con maggior ritardo, qualcosa di analogo: ci si accorgerà innanzitutto che sono eccezionalmente persistenti, perché non biodegradabili, e molto tossici per l'ambiente e per l'uomo, probabilmente cancerogeni.
Torniamo alle origini dei PCB. Siamo verso la fine degli anni Venti, negli Stati Uniti, la nascente potenza mondiale che oggi domina l globalizzazione. E siamo alla Monsanto, la stessa protagonista principale dell'attuale offensiva per la diffusione degli Ogm in agricoltura e quindi nell'alimentazione umana. Alla Monsanto si brevettano i PCB, i policlorobifenili, e subito si mettono in produzione su larga scala. Non solo. Il brevetto viene concesso ad un'azienda per ognuno dei principali paesi industrializzati (Giappone, Germania, Inghilterra, Francia, Italia e Spagna). In Italia ad accaparrarselo, nel 1938, è la Caffaro di Brescia, un'industria chimica sorta nel 1906 per produrre la soda caustica con il sistema elettrolitico, ormai convertitasi in fabbrica del cloro e dei suoi derivati, in particolare i composti organici. Produrre i PCB significa profitti garantiti, al riparo dalla concorrenza, neutralizzata da questo cartello internazionale dei produttori guidato dalla potentissima Monsanto. E di PCB ne furono prodotte quantità enormi: solamente negli Stati Uniti 670mila tonnellate; quantità analoghe si possono stimare per l'Europa, se si tiene conto che la Caffaro da sola ha probabilmente prodotto 150mila tonnellate; poi il Giappone; in conclusione il totale ammonta sicuramente ad alcuni milioni di tonnellate di PCB, prodotti nel mondo e dispersi nell'ambiente.
In questo contesto, la Caffaro è però un'azienda chimica speciale.
La società mercantile considera il territorio in qualsiasi parte del mondo come un luogo che può offrire risorse e su cui si può impiantare l'attività produttiva o di commercializzazione, scaricandovi a piacimento i residui di scarto o comunque non più remunerativi. La Caffaro appare anticipatrice anche da questo punto di vista. Il territorio bresciano non ha mai espresso nessuna vocazione per l'industria chimica: per metà pianeggiante e per metà montuoso, accanto all'agricoltura intensiva e agli alpeggi, aveva visto svilupparsi già nell'Ottocento un'attività manifatturiera orientata alla siderurgia e alla meccanica. Del tutto assente, quindi, una cultura chimica, mai praticata anche nel corso del Novecento negli istituti tecnici e nelle università locali.
E allora perché la Caffaro capita proprio a Brescia?
Perché il suo territorio si prestava egregiamente al progetto imprenditoriale e tecnologico di un gruppo di capitalisti e scienziati milanesi, che avevano in animo da tempo di avviare una pionieristica fabbrica della soda caustica e che per questo avevano subito puntato gli occhi sul fiume Caffaro. Questo fiume nasce dai nevai dei monti Listino, Frerone e Bruffione, alimentato da emissari di vari laghetti alpini e in estate indirettamente dalle acque dei ghiacciai del gruppo dell'Adamello. Un bacino alquanto esteso nella regione alpina nord orientale della provincia bresciana, oggi ai confini con il Trentino. Percorre in direzione nord-sud una delle vallate più suggestive del Bresciano, ricca di boschi di conifere e di prati erbosi.
Ebbene il Caffaro, nella parte a valle di Bagolino, il principale centro abitato della zona, percorre, piegando in direzione ovest-est, un tratto che in meno di cinque km lo sprofonda con rapide e cascate di circa 250 metri finché si adagia nei pressi di ponte Caffaro, nella valle del fiume Chiese, in cui confluisce laddove quest'ultimo si immette nel lago d'Idro. Quel salto di 250 metri sembrò creato apposta per alimentare una centrale elettrica in grado di produrre sufficiente energia per l'elettrolisi del sale, ricavandovi la preziosa soda caustica e l'allora più fastidioso e ingombrante cloro.
La “generosità” del territorio bresciano non si ferma qui. A quella fabbrica serve anche un collegamento ferroviario per il trasporto del sale e di altri materiali. Brescia possiede nell'immediata periferia una piccola stazione, Borgo San Giovanni, che proprio verso la fine dell'Ottocento gli abitanti (circa tremila) di quel borgo popolare avevano tenacemente preteso per non rimanere tagliati fuori dal progresso. Non sapevano che con la stazione si sarebbero tirati in casa un'industria chimica fra le più inquinanti. E infatti la Caffaro, nel 1906, sorge proprio lì, a circa cento metri da quella stazione.
Poco importa se si colloca anche vicino alle abitazioni, a 300m dalla chiesa parrocchiale, a soli 900m dal centro storico. Il disprezzo del territorio è tale che nessuno si cura del fatto che il suolo è di tipo alluvionale, ghiaioso e sabbioso, cioè permeabilissimo, attraversato da una rete fitta di fossi e rogge, insomma perfettamente predisposto ad assorbire e a diffondere nel territorio gli inquinanti. Addirittura nessuno si preoccupa della minaccia che la stessa fabbrica rappresenta per la scuola elementare del borgo, a ridosso della quale va a collocarsi. Il beneplacito amministrativo toccava al comune cittadino, che compare fin da subito compiacente e accomodante, venendo meno al rigore dell'applicazione di un supporto legislativo in vigore fin dal 1901 ( Regio decreto n.45) che imponeva una serie di obblighi precisi nel merito al rapporto tra insediamenti produttivi nocivi e salute dei cittadini. Ma tant'è : in quella zona fuori mano abitava gente minuta, di nessun potere contrattuale, usa ad una fatica senza vincoli, per la quale era comunque meglio morire avvelenata che disoccupata. Il capitalismo più innovativo non può arrestarsi : nel 1912 grazie ad una svolta merceologica di straordinaria modernità, che mette insieme cloro e tecnica, indirizzate all'agricoltura, nasce una linea di prodotti destinata a grande fortuna nei decenni successivi: antiparassitari, pesticidi a base di arsenico (estremamente tossico e di sicuro cancerogeno), diserbanti e, infine, concimi chimici. La comparsa pubblica del primo inquinante ambientale acuto si ha nel 1916, quando il benzolo ha intaccato l'acqua dei pozzi, che gli animali rifiutano di bere, e gli abitanti dei borghi circostanti devono ricorrere all'acqua fornita loro dai carribotte. Tuttavia la situazione bellica non consiglia a migliore ragione. La guerra , infatti, offre alla Caffaro un periodo finanziariamente splendido e l'opportunità di sperimentare nuovi prodotti sempre composti di cloro, ma a base organica come il monoclorobenzolo, che è un intermedio per la fabbricazione di esplosivi, subendo un salto di qualità già dal 1927 con il fascismo, grazie a commesse pubbliche, protezionismo di mercato, disciplina ferrea delle maestranze, convergenza ideologica tra dirigenza industriale e regime. Di queste sostanze la Caffaro fu produttrice esclusiva sul territorio nazionale, su licenza della Monsanto. ( In quel periodo il Fenclor era il nome della miscela commerciale di Pcb.) Alcune scelte d'uso del territorio comunale sono significative di una sempre più stretta convergenza tra lobbies industriali e pubblica amministrazione: nello stesso anno la Caffaro si sbarazza di diversi terreni agricoli di sua proprietà, vicini alla fabbrica ed inutilizzati, che vengono acquistati dal comune a prezzi esorbitanti per l'impianto di un gasometro e persino di un campo sportivo di atletica leggera . La fabbrica si trasformerà sempre più in industria dei cloroderivati organici quando, dal 1938, comincerà la produzione dei PCB e prima i pesticidi a base di arsenico (estremamente tossico e di sicuro cancerogeno) a cui si aggiungerà negli anni Cinquanta il DDT. Nel '52 lancia sul mercato il pentaclorofenolo, che può produrre clorodiossine nel corso della reazione ai trattamenti, ed alcuni prodotti intermedi per l'industria farmaceutica, mentre continua e perfeziona la produzione di insetticidi e pesticidi. Un indagine durante gli anni '60 e '70 rivelò che i PCB e altri composti chimici aromatici erano fortemente cancerogeni,e che provocavano disturbi della riproduzione, dello sviluppo e del sistema immunitario. La metà dei grandi edifici in cemento con giunti realizzati tra il 1955 e il 1975 contiene PCB. All'epoca, l'applicazione alle costruzioni dei PCB venne considerato un colpo di fortuna per l'edilizia poiché questo prodotto, unito alle masse di sigillatura dei giunti, aumentava l'elasticità dei giunti di dilatazione e di raccordo per porte e finestre. Ma quegli anni ruggenti mettono per la seconda volta in allarme il territorio, perché qualcuno-agricoltori ed abitanti- inizia ad accorgersi che il mercurio utilizzato per la produzione si trova disperso nelle acque e l'inquinamento atmosferico alimenta le proteste. Lo smaltimento dei residuati della lavorazione diventa un problema ineludibile che la Caffaro disloca, almeno in parte, in porzioni di territorio esterne al comune di Brescia, come avviene per le peci di PCB che vengono smaltite in una discarica a Passirano ( paesino della Franciacorta rinomata per la coltura vitivinicola). L'area della fabbrica è molto estesa: 110mila metri quadri. Quando inizia questa nuova produzione si tratta di decidere dove collocarla: vicino alla scuola elementare dove opererà fino al 1984. In poco tempo verranno alla luce varie inerzie nell'attuazione dei provvedimenti preventivi. Nel 1981, si verificò un grave incidente al distillatore di PCB che si surriscaldò fino al punto di fusione con uscita di una nube tossica contenente oltre ai PCB quasi certamente anche diossine (per effetto delle alte temperature) e che investì tre operai disperdendosi poi nell'ambiente esterno fino alla scuola vicina. Tuttavia questi inquinanti, ormai noti almeno dopo l'incidente di Seveso, non risultano essere mai stati ricercati, nonostante l'Istituto di medicina del lavoro dell'Università di Verona svolgesse all'epoca attività di consulenza per conto della stessa azienda Caffaro. Il capitalismo più innovativo non può arrestarsi. Mentre la fabbrica aumenta il suo carico inquinante in queste aree a rischio vengono a collocarsi diversi quartieri, destinati ai ceti operai e popolari (i signori vanno ad abitare dalla parte opposta della città, ai piedi e sui fianchi delle colline naturalmente). La Caffaro ha così potuto contaminare per oltre un secolo la zona sud-ovest, circa un quarto della città, fino a tutti gli anni Sessanta, indisturbata. Da quel momento in poi sarà sottoposta a controlli e a successive limitazioni, senza però mai mettere in dubbio e in discussione la prosecuzione della sua attività in pieno centro cittadino.
Così questi composti di sintesi detti anche xenobiotici, ostili alla vita proprio in quanto estremamente persistenti alla decomposizione, vengono restituiti dall'ambiente in cui sono stati diffusi. Quindi, anche se la produzione dei PCB è ferma da quasi vent'anni, Brescia li scopre in grandi quantità nel terreno a sud della Caffaro. Sotto la fabbrica, poi, viene alla luce un vero e proprio deposito di questi e altri inquinanti tossici che imbevono quell'enorme spugna di 30 metri di profondità rappresentata dal sottosuolo aziendale e che dalla stessa vengono “sgocciolati” inevitabilmente nella falda. I PCB, proprio per le loro caratteristiche, si sono diffusi ormai in ogni parte del globo: portati in giro dai materiali in cui sono stati impiegati, gettati nell'ambiente come rifiuti, dispersi sulle lunghe distanze dall'aria e dalle acque superficiali e profonde, hanno raggiunto ogni angolo della terra e sono penetrati pur in piccolissime dosi in ogni organismo vivente.
(tratto da: “Un secolo di cloro e... PCB. Storia delle industrie Caffaro di Brescia” di Marino Ruzzenenti)