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Rassegna stampa
Questo opuscolo affronta la questione dello stabilimento Caffaro, primo mostro chimico industriale sorto a Brescia, città divenuta in questi ultimi anni sito inquinato di interesse nazionale. Questo stabilimento, per quasi cento anni ha segnato l'economia di questa città e rovinato la vita a buona parte dei suoi abitanti.
Tale progetto di informazione, prende forma nell'inverno del 2004 attraverso l'esperienza di alcuni frequentatori dell'allora casa occupata “PCB 52” di via Villa Glori, in un quartiere adiacente alla Caffaro. L'intento è quello di sensibilizzare rispetto alla gravità di una situazione che non può coinvolgere solamente gli abitanti del quartiere, già beffati più volte dall'amministrazione comunale e dall'Asl riguardo una bonifica che non è ancora stata effettuata.Si vuole quindi rendere più fruibili le informazioni provenienti da fonti gia rese pubbliche mettendole a disposizione per chiunque sia interessato all'argomento. Sono note le ripetute omissioni da parte dell'Asl e del Comune sul reale rischio che corrono gli abitanti ai quali sono state trovate grosse quantità di Pcb nel sangue.
Stando a stretto contatto, anche se solo per pochi mesi, con la realtà di un quartiere e di una città così abbandonati al loro destino, si è ritenuto necessario un contributo alla discussione dal quale poter ripartire con la lotta contro le nocività, di cui la Caffaro è il caso più eclatante.
I comitati cittadini della zona, diretti da alcuni esponenti di partiti d'opposizione e da alcuni individui interessati al problema, non sono riusciti a far attecchire il seme di una possibile protesta che avrebbe tutte le ragioni di esprimersi in modo più evidente: sono state trovate solo vie poco efficaci e limitate nel muoversi (ad oggi l'azione nei confronti della Caffaro si è arenata per vie legali).
Quello che è accaduto nella nostra città, nei confronti dell'ambiente e di conseguenza di ogni essere che lo abita, ha bisogno di essere collocato in una visione più ampia. Questo ci porta a non poter ignorare, i fatti del passato e a far in modo che diventino esperienze utili per impedire le nuove speculazioni messe in cantiere da chi, distruggendo il territorio, trae lauti guadagni derubandoci delle nostre vite. Le conseguenze di tutto ciò sono ormai ben visibili dal modo con cui viene considerata ogni possibile risorsa di benessere come la terra, l'aria e i corsi d'acqua.
Ormai l'unica cosa certa che ci rimane sono solo dei cartelli che portano la scritta:
“NON CALPESTARE QUESTO TERRENO E' CONTAMINATO DA PCB”.
Città dalla forte componente industriale, Brescia, ha sempre visto nascere, attorno a grossi stabilimenti della chimica e della siderurgia, lotte sindacali e studentesche sul problema dello sfruttamento e delle rivendicazioni salariali, senza riuscire a realizzare però una cosciente opposizione che potesse fermare a tempo debito i danni permanenti causati dagli insediamenti industriali. Molte delle proteste mosse dagli abitanti dell'allora zona a rischio, tra cui le famiglie degli operai e gli operai stessi, sono sempre state smorzate da un lavoro di minimizzazione, da parte dei datori di lavoro e dai sindacati interni alla fabbrica. Quest'attività è stata portata avanti tranquillizzando l'opinione pubblica sulla gravità del pericolo chimico a cui gli operai andavano quotidianamente incontro e convincendo i lavoratori che per difendere il posto di lavoro a rischio per un possibile scandalo fosse più opportuno accettare la proposta di visite periodiche di controllo sui materiali utilizzati.
Questo ha fatto in modo che la produzione di Pcb a Brescia andasse avanti fino a dieci anni dopo che l'allarme provocato dal disastro di Severo negli anni '70 facesse proibire tutte le produzioni di diossine e derivati del cloro. Quindi si è verificata una reazione simile a quella generata per il complesso industriale di Porto Marghera, dove le morti operaie erano evidentemente riconducibili alla fabbrica, ma pur di non perdere il posto di lavoro i dipendenti continuavano a lavorarvi senza sistemi di sicurezza adeguati.
A Brescia vi è stata una progressione abbastanza evidente in alcune zone limitrofe alla Caffaro, del tasso di tumori che colpivano gli stessi operai e le loro famiglie, con la mancanza di un supporto sanitario che facesse ricerche efficaci per definire la responsabilità di questi danni.
Così mentre vi è stato un veloce arricchimento di chi dirigeva quegli stabilimenti i dipendenti come unico guadagno risentivano di danni fisici.
Crediamo necessario sottolineare ciò che accade vicino a noi affinchè non venga sommerso sotto all'enorme quantità di informazioni a cui ogni giorno, volenti o nolenti, abbiamo accesso. Siamo in grado di dimenticare cosa accade nei nostri giardini, nei nostri campi e fiumi, perché ci tengono rinchiusi in una fabbrica, in un ufficio, in un negozio a produrre e a vendere qualcosa che nel nostro tempo “libero” ci recherà danni sempre maggiori.
Siamo noi che dobbiamo accrescere la nostra consapevolezza nel nostro vivere, cercando di trovare le soluzioni ora, senza delegare ad altri il potere della conoscenza e della politica.
Ci auguriamo che questo opuscolo sia uno spunto dal quale si possano sviluppare nuovi modi di reagire all'ingiustizia di un passato più che mai presente nella nostra esistenza quotidiana.
Buona lettura.
Senza respiro